la felicità degli oggetti

la felicità degli oggetti

la felicità degli oggetti


non compriamo oggetti, ma identità e senso di appartenenza

Il marketing dell’era moderna lo sa bene. La nostra generazione cerca affannosamente di essere “la versione migliore di se stessa”. 

Vi faccio un esempio dal mondo dello sport, perché spesso mi è capitato di fare acquisti in quell’ambito. Mentre leggete la mia storia ricordate: è la mia storia. Non è una verità scolpita nella pietra, anzi: dovessi riscrivere questo articolo tra sei mesi probabilmente scriverei altro.

Trovate ciò che vi è utile, se c’è qualcosa, e poi lasciate tutto il resto. 

Veniamo all’esempio.

Nike, per fare un esempio appunto – inflazionato, ma efficace – non è solo abbigliamento sportivo. 

Incarna quell’identità di atleta che non si ferma davanti a nulla. “Just do it” è uno degli slogan più riusciti di sempre.

E’ un’identità in cui chiunque, se lo vuole, può riconoscersi. 

Tantissime volte mi sono scontrata, nelle mie attività sportive, con quello scoglio del volermi fermare, allentare il ritmo, saltare l’allenamento. Ho acquistato abbonamenti in palestra perché “così siccome ho pagato ci andrò”. Indovinate com’è andata?

Quello che mi sono detta, in soldoni, per farmi forza? “Just do it”. Lo slogan di Nike incarna quindi alla perfezione quella mia sensazione (mia, e di tanti altri milioni di persone) di voler crescere, migliorare, vincere un proprio limite che è spesso mentale e non fisico. 

Però c’è un però. Quando acquistiamo un pantalone nuovo della Nike per allenarci, che sia correre, pilates, tennis, qualsiasi cosa, non acquisiamo nemmeno un millimetro in più di bravura, di forza, di motivazione. Eppure spesso lo compriamo per quello: perché ci fa sentire più forti e più motivati. Anche più in forma, senza aver fatto ancora nulla al riguardo. 

lo stato di benessere è reale

Altri esempi?

Una crema viso più costosa di quella che usiamo di solito, un nuovo telefono potentissimo che useremo al 5% delle sue funzionalità, un’auto spaziosa con la carrozzeria nuova tirata a lucido, che ci trasporterà da casa al lavoro esattamente come fa quella che abbiamo ora, anche se è un po’ ammaccata. Un dentifricio che ci promette denti bianchissimi, ma pieno di agenti chimici dei quali ignoriamo il nome. Un gioiello che luccica nella vetrina del negozio, ma che dopo essere stato indossato una ventina di volte avrà perso la sua luce originale. Un quaderno nuovo, perché quello che abbiamo a casa è già cominciato e non ha questi bei decori sulla copertina. 

Lo stato di benessere che consegue all’acquisto della crema viso, o dell’auto, è uno stato reale. Ci fa sentire davvero meglio. Ma quanto dura quello stato di benessere?

E’ trasponibile nella nostra vita, nelle nostre relazioni? E’ uno stato d’animo che ci rende effettivamente ed efficacemente delle persone migliori? O ci fa solo sentire meglio? E per quanto, allora?

agire è la benzina del cambiamento

Trovo che il nocciolo della questione stia nella difficoltà che spesso abbiamo ad agire. Come piace dire a me, “tra il dire e il fare c’è di mezzo… il fare”. (Ne ho parlato anche in questo articolo).

Passare all’azione, dopo esserci dati dei buoni propositi, dopo esserci fatti una promessa, è spesso molto difficile. Ci sono la paura di fallire, l’ansia di non tenere fede al proposito stesso, gli auto-sabotaggi e le critiche interne ed esterne, la paura del giudizio altrui.

Ecco che intercede per noi l’oggetto: in lui vediamo una specie di piccolo messia che ci assolverà dal peccato di non aver agito quando potevamo farlo, e con un’azione molto semplice (acquistarlo) ci darà la forza di fare quello che finora non abbiamo saputo fare: uscire ad allenarci, prenderci cura della pelle del nostro viso, affermare la nostra personalità sul lavoro, e molte altre cose. 

Poi però niente di tutto ciò accade realmente, e quando ce ne accorgiamo cerchiamo un altro piccolo messia che interceda per noi un’altra volta, perché anche a questo giro non abbiamo avuto la forza di essere come volevamo essere. Forti, belli, ricchi, sani. Felici. 

E così l’atto di acquistare sostituisce l’atto di agire in direzione del nostro obiettivo. 

Qualsiasi sia il nostro obiettivo, ci sarà sempre un oggetto (o molti oggetti) in grado di offrirci una scorciatoia, una finta motivazione. 

E’ più comodo, e siamo disposti a spendere risorse economiche per questa comodità. 

Ma ci porta davvero dove vogliamo andare?

Avere un obiettivo di cambiamento, di miglioramento, e non agire nella giusta direzione, con atti concreti e misurabili, è come progettare una bellissima auto, farla costruire, e poi… non metterci mai la benzina. 

la responsabilità è nostra 

Se fin qui poteva aleggiare tra le righe una certa critica al consumismo vi capisco: non ho fatto nulla per smentirmi al riguardo. 

Vorrei però che fosse chiara una cosa: questo articolo non condanna l’acquisto dei beni materiali. Nè è mio obiettivo parlare dell’acquisto compulsivo di beni superflui. (Che poi tanto, siamo sempre noi, e nessun altro, a determinare se sono superflui o no). 

Credo che acquistare beni materiali sia una scelta del tutto personale e non giudicabile in nessun modo, tantomeno da una semi sconosciuta che sta scrivendo un articolo su un blog. 

Ma nel mio percorso di questi ultimi anni ho avuto modo di cambiare punto di vista sul ruolo degli oggetti nelle nostre vite, dello spazio enorme che occupano nelle nostre case, e così di conseguenza anche sul ruolo dei regali, dei bilanci economici e della qualità della nostra vita nell’equilibrio lavoro-vita privata-tempo libero.

Oggi mi sento libera perché non ho bisogno di acquistare un completo Nike per potermi allenare con determinazione. Posso farlo anche in pigiama se voglio. E se voglio dei tessuti traspiranti, che mi sostengano quando corro, posso cercarli e trovarli in moltissimi altri marchi, magari li troverò nel catalogo Nike stesso, ma non perché ne ho bisogno per sentirmi più motivata. Nè più coraggiosa, né più forte. Ho imparato ad allenarmi e a provare piacere nel farlo, con i vestiti che già avevo nell’armadio. 

liberarsi dalle abitudini del passato è parte della nostra evoluzione

Credo che dal passato abbiamo ereditato un’abitudine, l’abitudine a sentirci meglio attraverso gli oggetti che possediamo, e che per questo li carichiamo di una responsabilità enorme, la responsabilità della nostra felicità. 

E così facendo riponiamo all’esterno di noi stessi, come si ripone in un contenitore, la speranza di cambiamento. Vorremmo essere migliori, per cui identifichiamo qualcosa che ci renderà, in teoria, migliori. Ma gli oggetti non provano felicità. Soprattutto non la possono provare per noi e non ce la possono donare.

Liberarsi dalle abitudini del passato, delle generazioni che ci hanno preceduto, è spesso faticoso. Ma è un processo che fa parte della nostra evoluzione, insito nella nostra natura, e resistergli – a mio parere – è come un lanciare un boomerang che torna a colpirci dritto in faccia. 

Anche i nostri antenati hanno fatto il meglio che potevano, con quello che avevano. 

Nel dopoguerra, ad esempio, acquistare un rossetto era un atto che dava davvero forza alle donne. Aveva un costo, ma era sostenibile e l’energia che sprigionava era di gran lunga superiore. Valeva pertanto la pena. 

Noi però non abbiamo più bisogno di acquistare rossetti, creme, vestiti, auto, orologi, per sentirci meglio.

Fermiamoci allora a pensare a come ci sentiamo prima e dopo aver acquistato un oggetto, piccolo o grande che sia. 

E soprattutto, prendiamoci la responsabilità della nostra felicità, attraverso l’agire (o il non agire). Ogni azione può essere messa in relazione ad un’altra, e partendo da un luogo di consapevolezza possiamo intraprendere un viaggio, approdando sulle coste di nuovi luoghi del nostro essere. 

Cosa portare in valigia? Tutt’al più, solo un buon libro. 

Vi abbraccio sempre,

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