ho abitato la depressione

abitare la depressione

ho abitato la depressione

Era metà mattina, una collega mi vide uscire dalla classe in preda ad un attacco di pianto.

Quando mi capitava aspettavo di girare l’angolo del corridoio per essere sicura che nessuno dei miei studenti mi vedesse ridotta così, poi crollavo. 

Lei mi seguì, mi prese teneramente le braccia e mi disse “devi imparare a meditare”.

“Respira, e medita”. 

La conoscevo appena, ci eravamo incontrate a qualche collegio docenti, ma sapevo a malapena il suo nome. La ringraziai, ma non pensavo potesse capire come mi sentivo. Archiviai il consiglio come “in buona fede, ma non adatto”. 

La verità è che non riuscivo più a fare nulla, nulla mi dava gioia e nulla mi dava energia. La depressione, dapprima lieve, poi più seria, aveva mangiato viva la mia forza di essere. 

ventun giorni

La dottoressa che mi seguiva mi costrinse a staccare ventun giorni dal lavoro. Io ovviamente non volevo. “Depressione e ansia”, diagnosticate da tempo. Le dissi “se sto a casa da sola tre settimane muoio”. “Guardi che la metà del mio lavoro è a partita iva, se non lavoro non guadagno nulla in quelle ore”. Piangevo disperata perché mi si prospettava un inferno di solitudine.

Ma lei non mollò. Non mi diete alternative. Ventun giorni. “E poi valutiamo se può rientrare”. 

Mi prescrisse un antidepressivo, che il mio corpo rigettò da subito – dovetti interromperlo, e gli ansiolitici, che invece presi per un po’. 

E così mi ritrovai, nella mia casa grande, silenziosa e piena di luce, a pensare di non voler più vivere. Non aveva senso stare così. 

Non sapevo più nemmeno che ore del giorno erano, se dovevo pranzare o cenare, non avevo le forze per fare altro che stare male. Non riuscivo ad ascoltare musica e non toccai il pianoforte nemmeno una volta in quelle tre settimane. Era lì, occupava lo stesso spazio di sempre nel mio salotto, ma non lo vedevo più. 

Iniziai a scrivere delle frasi e appenderle sullo specchio in bagno. Mi facevano compagnia. Quando passavo di lì era come se mi parlassi da sola, leggendole nella mente.

Il silenzio di quella casa era surreale. I soffitti alti più di tre metri e le finestre enormi mi facevano sentire troppo libera e troppo sola. Non avevo la tv – e se l’avessi avuta non l’avrei accesa.

Passarono i primi giorni di irrequietezza e mi lasciai andare nel vuoto.

guardare l’albero

Ogni tanto, non riuscendo a fare nulla di complesso o impegnativo, mi sedevo al centro del salotto, per terra, sulla mia coperta di lana preferita, e guardavo l’albero fuori dalla finestra. Lo guardavo per ore. Guardavo le foglie, come si muovevano, ascoltavo i rumori lontanissimi e impercettibili della città. 

Un giorno, in uno di questi momenti non ben collocati nel tempo, ad un certo punto, mentre guardavo l’albero fuori dalla finestra, il futuro e il passato smisero di esistere… e io smisi di stare male. Per un secondo o due, non di più. Ma fu quanto bastò per farmi assaporare quella medicina immateriale. 

albero finestra, meditazione

Stavo meditando, e respirando, senza saperlo.

Mi ricordai allora della mia collega e pensai che l’avevo liquidata troppo scortesemente. Forse lei sapeva benissimo cosa stavo provando. Per la prima volta in giorni e giorni pensai concretamente a qualcuno al di fuori di me e del mio malessere. Il suo gesto d’amore aveva toccato qualcosa in me.

Trasformai quello spazio vuoto in una specie di tempio e scoprii la salvezza dei rituali. 

La coperta e l’albero erano un rituale. 

Leggere le frasi sullo specchio del bagno e guardarmi in faccia erano un rituale. 

Mi salvavano dall’insensatezza di quei giorni e il vuoto che sentivo dentro iniziò ad avere dei confini: era tanto, era grande, ma potevo disegnarne a mente la forma e sedermici esattamente al centro. 

Lessi anche un libro, di Krishnamurti: lo aprivo più o meno a caso e lasciavo che gli occhi trovassero qualcosa, delle parole, un concetto da salvare. 

Uno, in effetti, fu la mano tesa che mi tirò fuori dalle sabbie mobili. 

Lo conservo ancora, trascritto a mano, su un foglietto azzurro che incollai ovviamente sullo specchio del bagno, in basso a destra. 

Quando vi sentirete insoddisfatti accenderete la radio, andrete da un guru, direte le vostre preghiere, entrerete in un club, berrete, correrete dietro alle donne, qualsiasi cosa pur di soffocare quella fiamma. Ma, vedete, senza la fiamma dell’insoddisfazione non avrete mai quello spirito d’iniziativa, che è l’inizio della creatività.

Perciò si deve essere totalmente insoddisfatti, ma con gioia.

Capite? Si deve essere totalmente insoddisfatti non in modo lamentoso, ma con gioia, con gaiezza, con amore. La maggior parte delle persone che sono insoddisfatte sono terribilmente noiose: si lamentano sempre che una cosa o l’altra non va bene, oppure desiderano essere in una posizione migliore, o vorrebbero che le circostanze fossero differenti, perché la loro insoddisfazione è del tutto superficiale.

E coloro che non sono per nulla insoddisfatti sono come già morti.

Krishnamurti

Insoddisfatti, ma con gioia. 

Insoddisfatti. 

Ma con gioia!

Era tanto insensato quanto geniale. 

Mi dissi che forse potevo salvare la mia insoddisfazione così profonda, che si era presa il mio essere, e rimanere in vita grazie alla gioia. O meglio, grazie alla fiamma dell’insoddisfazione stessa. Non avrei dovuto rinunciare a niente di me: non avrei dovuto negarmi il dolore che sentivo, il vuoto che abitavo, e nemmeno la gioia di essere viva. Potevo provare due cose, apparentemente contrastanti, insieme e sovrapposte. 

Fu la prima volta che, dopo tanti mesi, lanciai lo sguardo più in là dei confini del grande vuoto. 

“poi passa”

Amarmi in quello schifo di momento fu la cosa più dura di tutte. Ero stanca della mia persona e del mio disagio, in tanti momenti avrei preferito buttarmi via e non pensarci più. Ma poi passavo dal bagno, il foglietto azzurro parlava di me.  

Su un altro foglio, più grande, avevo scritto “POI PASSA”. Mi ero imposta di non chiedermi quando o come. Poi passa e basta. 

Tornai dalla dottoressa, alla fine delle tre settimane, con gli occhi stanchi di chi non ha più lacrime da piangere, e la ringraziai tanto. Aveva fatto la scelta giusta per me, in un momento in cui io non ero in grado di vedere la verità della mia condizione. 

Non incontrai più quella collega a scuola, ma avrei voluto tanto dirle grazie, per aver piantato un seme con la giusta intenzione. 

Sono grata anche alle persone che mi sono state vicine in quel momento, rispettando il mio bisogno di affogare e comprendendo che da certe cose ci si tira fuori amando se stessi e non ascoltando la voce di un amico che ti dice “amati”. Però è importante che te lo dica, non so se mi spiego.

Non so dire quando mi è passato. Non c’è stato un giorno o un’ora. Forse non c’era nulla da far passare e dovevo solo amare il grande vuoto, perché mi ha permesso di sedermici in mezzo e semplicemente esistere. Sì, forse è così che ho smesso di soffrire per la depressione: chiamandola con un altro nome, dandole un altro significato. Chiamando tante cose con un altro nome e concedendomi il lusso di provarle tutte insieme, di essere pazza e instabile, piangere e ridere, insoddisfatta ma con gioia. 

Da allora sono passati anni, sono una persona trasformata dal semplice atto di osservare un albero nella bellezza delle sue stagioni, dalla stessa grande finestra.

il male è la mancanza d’amore

Oggi sono così grata alla vita che non riesco proprio, nemmeno provandoci, ad essere negativa. Non riesco a considerare i “problemi” come tali, perché non mi pesano in realtà. Non riesco a vedere lo schifo perché lo schifo non c’è, c’è solo mancanza di amore là dove ce ne sarebbe più bisogno. Chi dice che il mondo è un posto brutto trova in me un parere diverso. Soffro e anche tanto, se devo e se mi sto facendo attraversare da un momento tosto, ma ho un rifugio bellissimo dentro di me che un tempo mi sembrava una prigione e che ora abito con gratitudine

Parlare di quanto le cose vadano male non fa altro che piegare il nostro sguardo sul male come su di una cosa lontana anni luce da noi. E invece il male è dentro ognuno di noi e non è altro che la mancanza di amore per se stessi. Parliamo invece di come amarci meglio e di come dire no al male che vuole entrare sotto forma di costrizioni, valori che non condividiamo, azioni e parole che non sono nostre. 

Fermiamoci a guardare gli alberi. 

Per ore. 

Vi abbraccio, sempre,

una del mondo

Ti farebbe piacere ricevere gli articoli di una del mondo in anteprima, direttamente nella tua casella di posta?

Se sì, iscriviti qui alla newsletter “parole vere”.

ho abitato la depressione
Torna in alto