non sapevo di amare il tennis
e forse non lo sai neanche tu
Ho conosciuto il mio compagno di vita esattamente due anni fa. Tra le prime conversazioni, quelle un po’ imbarazzate e tenere di chi già sa che ci si piace molto, ma vuole mettere le cose in chiaro con l’altra persona, ricordo quella in cui mi disse: “ti avviso, il tennis è la mia passione.”
Suonava quasi come una minaccia, quella che qualcuno definirebbe una red flag, ma il mio intuito mi diceva che in realtà c’era solo la sana volontà di difendere uno spazio vitale. Avevo ragione.
Sebbene alcuni, da fuori, definiscano la sua come un’ossessione, quasi una malattia, io che la vivo da vicino so che è una vera passione. Se ti piace uno sport, ma non ti prende le viscere, se non investi il tuo tempo e i tuoi soldi in quell’attività, se non ti cambia dentro, allora non è una passione… è un hobby.
Come spesso accade, le passioni sono contagiose. Essere testimoni della forza di volontà di una persona nel voler migliorare e nell’impegnarsi all’agrodolce sacrificio che ciò richiede, fa venire voglia di trovarsi nella stessa condizione.
Eccomi qui, due anni dopo, a scrivere un articolo sul tennis e sulla crescita personale.
Attenti! La lettura potrebbe innescare in voi l’irrefrenabile bisogno di prenotare una lezione di tennis. Uomo avvisato…
un biglietto che vale oro: le Nitto ATP Finals a Torino
Sui costi dei biglietti per gli eventi italiani dell’ATP sono stati spesi fiumi di opinioni e commenti, sui quali non mi soffermerò, perché non è obiettivo di questo articolo indagare le ragioni degli aumenti, né ci interessa ora capire il perché a Parigi si possano vedere quattro match sul Philippe Chatrier al prezzo che in Italia ti permette di vederne solo uno sul centrale di Roma.
Sorvoliamo. Io il biglietto per le Nitto ATP Finals a Torino – dove si sfidano gli otto giocatori migliori al mondo, del torneo maschile – l’ho preso.
Ho speso una cifra che in passato avrei considerato eccessiva per un evento sportivo, una cifra che forse non avrei speso nemmeno per un concerto dei Radiohead, mia band preferita, negli anni in cui sognavo di poterli sentire dal vivo. (Andai a sentirli nel 2016, ma pagando meno).
E ora vi starete chiedendo: ma quindi, quanto l’hai pagato sto biglietto ATP Finals?
Il punto è proprio qui. Non vi dico quanto ho pagato il mio biglietto ATP di Torino perché non ha importanza il numero in sé, ma il valore che si dà a quel numero: il cambio di prospettiva di valore è proprio uno dei soggetti intrinseci di questo articolo.
“non me lo posso permettere”
Spesso è oggettivamente vero che non ci possiamo permettere di fare un acquisto.
Quante volte però vi ritrovate ad acquistare qualcosa dopo aver detto “non me lo posso permettere”, per scoprire poi che sono stati i soldi meglio spesi dell’anno? O al contrario, quante volte avete speso delle cifre che consideravate ok, abbordabili per la vostra situazione, per oggetti o vestiti che poi non si sono rivelati duraturi e che forse avete usato solo due volte perché vi vestono male e il colore vi sbatte in viso come se foste appena usciti da una settimana di influenza?
Già con una seria riflessione di questo genere ammetterete come la maggior parte delle volte non è un “non me lo posso permettere”, ma un “in questo momento non ho intenzione di dare quel valore a questa cosa”. E il discorso cambia. Attenzione sempre a come usiamo le parole, soprattutto quelle che diciamo a noi stessi.
La domanda da farsi per il mio biglietto ATP di Torino, quindi, è: come sono arrivata a dare così tanto valore (perché per me è tanto) a un evento sportivo al quale posso assistere per sole due/tre ore, più un altro paio d’ore per gli allenamenti e la pausa caffè? Cosa mi ha spinto a dare così tanto valore a qualcosa che apparentemente non c’entra nulla con la mia professione, né con la mia passione più grande (che rimane lo sci), in un momento in cui tra l’altro non ho entrate e sto facendo moltissime rinunce perché ho deciso di investire tempo e risorse economiche nell’avvio della mia nuova attività?
un buon maestro è un buon inizio… il resto devi farlo tu
Da quando ho iniziato a prendere lezioni individuali di tennis, l’anno scorso, ho capito che l’impatto in uscita sarebbe stato molto forte, al di là della forma fisica raggiungibile e della tecnica tennistica che potrò più o meno padroneggiare all’alba dei quarant’anni.
E’ stata proprio una presa di coscienza e di responsabilità sul fatto che concentrazione, intensità, stanchezza, energia, testa, punto di vista, respiro, sono elementi che nella vita di tutti i giorni fanno una differenza mostruosa. Come vivo le mie giornate e il mio lavoro? Quali risultati otterrò e quanto saprò goderne senza scappare via? Dò la colpa agli altri quando qualcosa non funziona o mi assumo piena responsabilità di quello che faccio o non faccio? Ognuno trova le sue domande.
Il tennis le ha solamente portate alla luce in modo sfacciatamente onesto.
Certo, se fai lezione di tennis giusto per dire che lo fai anche tu, magari in un gruppo di persone con livelli eterogenei, con un allenatore che guarda il telefono per controllare i messaggi mentre tira distrattamente le palle dal cesto allora no, mi spiace, ma non stai facendo lezione di tennis.
Siamo sempre lì, la lezione individuale costa di più? Certo. Trova un bravo maestro o maestra (la mia è sensazionale) e investi quel qualcosa in più. Altrimenti lascia stare – parere mio che ho provato entrambe le situazioni, di gruppo e individuale. Non c’è storia.
Di ciò che il tennis ha portato alla luce in me potrei parlare per giorni interi, la cosa credo interessante è che sebbene tutto lo sport sia sano e contribuisca alla crescita anche personale (se praticato in modo altrettanto sano e in ambienti dove vige prima di tutto il rispetto) è anche vero che il tennis si distingue dagli altri sport per l’estrema difficoltà nella realizzazione del gesto tecnico. Una difficoltà che non si arriva mai a padroneggiare: io e Jannik Sinner, in un certo caricaturale senso, condividiamo le stesse difficoltà interiori quando un dritto non va a segno… solo riproporzionate ai nostri livelli (0,1 il mio, infinito il suo).
vince chi sbaglia, con la testa forte
Il tennis è uno sport dove si sbaglia continuamente e molto più che in tutti gli altri sport.
Nel tennis anche chi vince ha fatto tanti errori quanti il suo avversario, meno uno. O magari ne ha fatti anche di più, ma nel momento decisivo ha saputo portare a casa il punto. Uno solo, che ha fatto la differenza.
In questo continuo “sbagliare” impari – per forza di cose – che l’errore è parte del processo.
Lo diciamo così tante volte che è diventata ormai una frase fatta.
Gran poche volte però ho visto mettere in pratica questo concetto. Perché? Perché è difficile.
Ad ogni errore, la nostra natura e la nostra impostazione scolastica continueranno a sussurrarci all’orecchio
hai sbagliato
non sei capace
non sei adeguato
non sei preparato
non ce la farai
e il tennis continuerà ad insegnarci a non ascoltare questa voce, ma a trovarne un’altra più forte, non per prevalere sull’altro, non per la sete di vittoria, ma per riequilibrare quel senso di inadeguatezza con un senso di completezza e dignità che l’essere umano troppo spesso perde.
Sbaglia, tieni la testa forte, vinci te stesso e la partita.
L’altro è solo uno specchio. Se hai voglia, puoi giocarci per crescere ed essere migliore.
uniamo i puntini: Gallwey, life coaching e il best seller sul tennis
Non mi sorprese quindi quando la mia formatrice di life coaching ontologico disse, in una lezione introduttiva al corso, che il fondatore del coaching moderno (non solo di quello sportivo, ma anche, come conseguenza, di quello negli ambiti Business e Life) è stato Timothy Gallwey, scrittore del best seller Il gioco interiore nel tennis e, udite udite, giocatore e allenatore di tennis.
La gestione del dialogo interiore, fulcro dei suoi scritti, è ciò che fa la differenza in così troppi ambiti da non potersi permettere il lusso di ignorarlo. Mica solo per il tennis, l’avrete ormai capito.
Ecco che tutti i puntini si collegano.
Grazie al mio compagno, grazie al tennis, grazie alla formazione di life coaching che ho scelto per la mia nuova attività professionale, capisco che quel giocatore in campo, con i capelli rossi e il cappellino a tenerli a bada, sta compiendo un miracolo: tiene in perfetto equilibrio la bilancia tra l’essere umano, complesso e meraviglioso nelle sue contraddizioni, e l’essere e basta, solo nel qui e ora, e così facendo insegna a me a fare altrettanto.
O almeno, a provarci meglio di quanto non stia facendo ora.
A questo punto, serve davvero che io specifichi il perché quel biglietto ATP Finals di Torino ha un valore altissimo, per me?
Giocate a tennis e siate grati e felici della vostra meravigliosa complessità.
Vi abbraccio come sempre,
una del mondo
P.S.: il mio preferito è Lorenzo Musetti.
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