disassociazione o allontanamento?

disassociazione, una del mondo, plagio mentale


come le parole che usiamo raccontano storie più o meno vere

N.B.: il cuore di questo articolo è fatto di domande. Sono domande per riflettere.

Premessa: fino a poco tempo fa, i Testimoni di Geova chiamavano “disassociato” chi veniva espulso dalla loro congregazione, o si allontanava volutamente da essa. La disassociazione, da loro sbandierata come un provvedimento amorevole, ha sempre causato gravi conseguenze emotive e di vita in chi l’ha subita. 

Chi ci è passato lo sa. Non è obiettivo di questo articolo parlare dei danni provocati dalla disassociazione. Se sei un ex-tdg, probabilmente potresti scrivere anche tu un articolo al riguardo, o un libro intero.

Gli altri – ovvero i membri del culto che non ne sono mai usciti, o chi non ne ha mai fatto parte – possono solo ascoltare, se vogliono, con rispetto. 

D’altra parte, come si può parlare di un’esperienza che non si è vissuta in prima persona?

Se non hai mai vissuto un’esperienza di emarginazione da un gruppo chiuso e stai leggendo, porta rispetto e tieni il cuore aperto. Ti ringrazio.

(Se invece pensi che la lettura di questo contenuto ti darà fastidio, smetti di leggere. Non sei obbligato.)

un cambio di linguaggio

Ora sembra che le cose siano cambiate. Si parla di “allontanamento” e non più di “disassociazione”. Le loro fonti ufficiali scrivono che ora la persona può essere salutata e intrattenere normalmente conversazioni quando presenzia a una delle adunanze in congregazione.

Dopo essere stati accusati per decenni di praticare l’ostracismo nei confronti dei membri che sono stati disassociati, ora cambiano parola.

Arriva una ruota panoramica di domande. Spero non soffriate di vertigini. 

Il cambio di parola (“allontanamento” anziché “disassociazione”) cambia il modo in cui la persona interessata dal fatto vive l’esperienza?

Se sul vasetto di marmellata alle prugne metto un etichetta con su scritto “albicocche”, cambia il sapore della marmellata o cambia solo l’etichetta?

Ammorbidire il linguaggio, ma di fondo praticare un taglio ugualmente netto, a chi giova

Chi beneficia del fatto che se la persona torna in congregazione per seguire un’adunanza, riceverà saluti e conversazioni amichevoli? 

Come si sente una persona che ha perso amicizie, legami familiari, che non ha mai più potuto comunicare con le persone che hanno fatto parte della sua vita, ora che può vederle e parlargli, ma soltanto in uno spazio confinato di due ore in un luogo ben preciso non da lei scelto? 

Se questo cambio linguistico giovasse effettivamente in qualche modo alla persona interessata, chi le restituirà i mesi o gli anni nei quali questo “intendimento” non era ancora stato pensato, o applicato, e nei quali ha vissuto con l’etichetta di “disassociato”, anziché di “allontanato”?

Se cambiare parola avesse davvero fatto cambiare all’istante il comportamento di intere congregazioni – abituate da parecchie decadi ad applicare fieramente questa regola: non parlare più alla persona, non contattarla per nessun motivo, non salutarla nemmeno per strada (persona che fino a poco prima della dissociazione trattavano come amica, madre, figlia, padre, fratello, nipote, con la quale condividevano pranzi, cene, messaggi, telefonate, svago, una vita di comunità totalizzante, a 360 gradi) – chi o cosa giustificherà tutti gli anni di sofferenza nei quali questo nuovo comportamento cosiddetto ammorbidito non è stato messo in atto?

Respira. Facciamo una pausa dalle domande. 

disassociata o allontanata? che differenza fa?


che cos’è un ricatto emotivo

ricatto: dal latino re = “di nuovo” e captare = “riprendere” 

ricatto emotivo: riprendersi qualcuno o qualcosa, facendo leva sulle emozioni.


Questo processo manipolativo può spingersi fino a far dubitare la vittima della propria percezione della realtà, inducendola a sentirsi colpevole e inadeguata. A causa della complessità delle dinamiche coinvolte, questa forma di ricatto può essere difficile da riconoscere, poiché chi ricatta spesso agisce con affetto e amore (come può fare una madre nei confronti dei propri figli), rendendo complicato distinguere l’abuso psicologico nascosto dietro a queste azioni apparentemente premurose.

tratto da https://www.santagostino.it/magazine-psiche/ricatto-emotivo/#:~:text=Il%20ricatto%20emotivo%20%C3%A8%20una%20forma%20di,ottenere%20da%20qualcuno%20determinati%20comportamenti%20o%20decisioni.


Il ricatto emotivo può vestirsi di parole nuove, ma rimanere di fondo sempre un ricatto emotivo.

Ecco perché sono preoccupata, ora più di qualche anno fa. 

una storia personale, una storia di tanti

Ti porto la mia esperienza recentissima. La porto con dolore e molta consapevolezza, per cui ti prego, anche qui, di leggere con rispetto ed empatia. 

Dopo 19 anni dal mio allontanamento dai Testimoni di Geova (uso consapevolmente la nuova terminologia, sebbene non si applicasse al momento della mia disassociazione) sono stata contattata da quella che, allora, era la mia migliore amica. 

Dopo 19 anni di silenzio e ostracismo, ho ricevuto un suo messaggio. 

Tralascio il contenuto, perché privato. Se volete immaginare la sostanza, ricordate la nuova regola: si può parlare normalmente agli “allontanati” solo se partecipano a una delle adunanze di congregazione. 

Come mi sono sentita? 

Come mi ha fatto sentire vedere sul telefono il nome di una persona con la quale ho condiviso la mia adolescenza, i racconti dei primi amori, i giochi spensierati, i diari segreti, imparare a truccarsi, aiutarsi e sostenersi quando si stava male, ridere fino a perdere i sensi quando si stava bene… come mi ha fatto sentire? 

tristezza, solitudine, amarezza

Secondo te, ho risposto a quel messaggio, a un ricatto emotivo che pesa da DICIANNOVE ANNI? 

L’interesse per il benessere dell’altro, su cosa si dovrebbe basare? Su quali valori umani?

Il “se verrai all’adunanza, da adesso potremo parlare e quindi non ti sentirai a disagio” che cos’è, se non un ricatto emotivo portato però da un messaggero speciale (ovvero la persona che più di tutte avrei voluto sentire e vedere dopo la mia disassociazione)? 

Chi può sapere se mi sentirò a disagio o no in una determinata situazione? Io che mi conosco, o la persona che mi invita a quella situazione dopo anni di silenzio, che non sa più nulla della mia vita e della mia persona, di come sono evoluta, di come mi sono liberata dalle credenze che mi facevano sentire sbagliata quando desideravo dire la mia opinione e le conclusioni a cui ero arrivata con la mia testa, ma che non potevo condividere, pena il sentirmi dire che Satana si intrufola nella nostra mente per farci pensare cose in contrasto con quelle decise da un gruppo di pochi uomini al comando (ad oggi sono undici, quasi tutti bianchi e americani)? – la domanda è lunga, sì, ma l’assurdità è tanta e non riassumibile.

Qual è la definizione di disagio che può dare una persona che non ha mai provato il disagio di cui parla? 

non siamo soli

Se stai leggendo queste parole e anche tu sei stato ricontattato da un tuo ex-amico Testimone di Geova, respira a fondo, prendi un foglio, scrivi quello che senti. Contatta un amico o un’amica, raccontagli di questa esperienza. E’ importante. Non sei più solo, quindi non comportarti come se lo fossi. Se temi per la tua salute mentale, contatta un consultorio psicologico. Ce ne sono in ogni città e provincia, cerca e chiama. Non esitare. Spesso offrono un primo aiuto completamente gratuito.

La mia preoccupazione per questo nuovo modo di chiamare le cose è uno dei tanti motivi per cui porto avanti il progetto di una del mondo.

Parliamo delle cose che ci succedono, indaghiamo per favore il significato che sta dietro alle parole, distinguiamo tra le parole che corrispondono alla realtà e quelle che sono invece etichette su un barattolo di marmellata. 

Ti voglio bene, chiunque tu sia, caro lettore o lettrice. 

Ti voglio bene a prescindere dal tuo credo e dal modo in cui decidi, più o meno consapevolmente, di chiamare le cose. 

Ora chiudo questo articolo, sicuramente troppo lungo per gli standard dei blog, avrò probabilmente toppato tutti i criteri per l’indicizzazione, ma è una forma di libertà anche questa, no? 

vi abbraccio tutti,

una del mondo

P.S.: questa mattina, quando ho aperto il computer per scrivere questo articolo, ho inizialmente gettato la spugna. La prima e unica frase che ho scritto è stata: “sono troppo arrabbiata per scrivere questo articolo”. Ho chiuso il computer. Mi sono centrata, ho respirato, mi sono ascoltata. La rabbia che sento è giusta. L’ho elaborata, con l’aiuto di mentori, psicologhe, libri, anni di vita e tanta consapevolezza di ciò che mi è successo. Ora non è più la rabbia verso qualcuno. E’ la rabbia per qualcuno. Qualcuno che non è libero come lo sono io. E’ il motore che muove le grandi rivoluzioni e io sono fieramente ribelle. 

Come avrai notato, ho riaperto il computer. 

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