la casa con l’orto
qual è il cambiamento che stiamo evitando?
Sto pensando ai miei nonni.
I miei nonni non ci sono più, hanno avuto una vita lunga e sono stata fortunata a poterli conoscere, ma ero davvero piccola quando il primo di loro ci ha lasciati (avevo 5 anni), perché sono nata quando i miei genitori avevano rispettivamente 40 e 46 anni. Il gap generazionale tra me e i nonni era quindi importante. Diciamo che quello che so di loro lo so grazie ai racconti dei miei.
Perché sto pensando ai miei nonni?
Pensavo: oggi la classe benestante paga a peso d’oro le esperienze di vita naturale, incontaminata.
“Retreat detox” senza cellulare e mangiando semi e cibi crudi. Parlo di migliaia di euro per qualche giorno sulle colline toscane o dove altro vi pare. Basta ci sia la collina.
Chi vive in città sogna di trasferirsi in un paesino immerso nel verde, con un piccolo orto da coltivare. Magari poi ce la fa anche.
Insomma “stiamo tornando da dove sono arrivati i nostri nonni”.
“Stiamo imparando ad apprezzare la vita semplice e i ritmi lenti”.
Ho sentito tante di queste affermazioni. Mi sono sembrate vere e sensate, all’inizio. Mi è sembrato che ognuno, a modo suo, stesse provando a tornare un po’ indietro, a ritrovare il valore di certe cose. Mi è sembrato.
Bah…oggi invece dico di no. Non stiamo “tornando” da nessuna parte.
ah, l’invidia
Quello che vedo io non è un vero ritorno, né una reale valorizzazione di quello stile di vita.
Io, ora, ci vedo un pallido tentativo di non prendersi la propria responsabilità più grande: quella del cambiamento.
Siamo mossi dall’invidia, piuttosto che da un vero amore per noi stessi – e di conseguenza anche per il benessere delle relazioni e della società.
Ci piace l’idea di riposarci nel verde ed essere a contatto con la natura, “come facevano i nostri nonni”, ma poi non saremmo disposti a rinunciare al nostro stipendio da lavoratori della città.
Troppo spesso i soldi che pensiamo ci servano assolutamente sono soldi che servono a mantenere viva e attiva la produttività intorno a noi.
Sapresti rinunciare al 30% del tuo stipendio/pensione e vivere comunque felicemente?
Lo so che è una domanda provocatoria. Ci sono le spese fisse e chi ha una famiglia da mantenere non vorrebbe mai avere di meno, ma di più semmai. E per ottime e ovvie ragioni. Il sostentamento è alla base dei nostri bisogni primari e non dovrebbe mai mancare a nessuno.
Ma il mio invito è a fare un passo oltre.
[Ripeto: è una provocazione. Un esercizio mentale, se volete farlo con me. Spero lo accogliate, se sentite che vi rispetta.]
Dando per scontato che abbiamo tutto quello di cui necessitiamo, saremmo disposti a modificare la nostra idea di “necessità” e vivere bene, e sereni, anche con meno?
Non sarebbero solo meno soldi.
Sarebbero meno ore di lavoro.
Meno ansia da prestazione.
Meno confronto con chi “guadagna più di me”.
Meno pastiglie per qualsivoglia male moderno.
Credo che il vero passo verso i nostri nonni e la loro vita semplice sia un passo più profondo, radicale, di quello che stiamo timidamente e superficialmente facendo oggi.
la radice come luogo intimo e profondo
Quando dico radicale non lo intendo nel senso comunemente inteso di “stravolgente”, ma nel senso dell’andare alle radici dello stile di vita che tanto invidiamo… la radice se ne sta al buio, sempre. È più sottile del fusto. È un luogo intimo, profondo. Ecco in questo senso, intendo.

Perché che cos’è uno stile di vita, tornando ai nostri nonni, se non un riflesso dell’atteggiamento mentale di chi lo abita e lo con-crea ogni giorno?
Io non penso che i miei nonni soffrissero al pensiero di non poter comprare spesso il biglietto per il tram che li portava dalla Val Seriana a Bergamo. Non credo che si siano sentiti poveri per questo. Secondo me davano valore ad altro. E soprattutto, non si paragonavano.
non è questione di “accontentarsi”
Non userò, volutamente, il termine “accontentarsi”. Spesso viene inteso come “non desidero nulla di più quindi non faccio nulla per evolvere”, un po’ come arrendersi; ecco questo non credo che fosse quello che hanno fatto i miei né i vostri nonni o bisnonni. È una parola che ultimamente non mi piace, se intesa così. Quindi non la uso.
Io, ad esempio, ho saputo che mio nonno cambiò lavoro moltissime volte. Credo l’abbia fatto per provare a fare sempre qualcosa di nuovo, di stimolante, che sostentasse la sua famiglia e che servisse gli altri in modo onesto e leale.
Ci riuscì.
Dalle testimonianze di suo figlio, ovvero mio padre, io ora so che mio nonno era ricercato in quanto persona di fiducia. A quel che so fu persino il primo “NCC” della valle. L’auto non credo fosse sua, lui andava al lavoro in bici. La stessa bici (unico mezzo di trasporto della famiglia) che poi vendette per poter comprare una fisarmonica usata a mio padre, che aveva 11 anni, e qualche lezione con un maestro di musica.
Tutto questo con gioia.
Io non me lo immagino proprio a disperarsi o lamentarsi per il fatto di aver venduto la bici ed essere andato al lavoro a piedi per chissà quanto tempo prima di poterne avere un’altra.
Io sento che l’ha fatto con gioia. E che al tempo stesso però non si è “accontentato” (sempre per come intendiamo noi questa parola).
cosa cerchiamo? da cosa scappiamo?
Quello che voglio dire è: davvero ci basterà comprare una casa nel verde e avere l’orticello con le nostre zucchine per sentirci meglio?
Qual è il vero cambiamento, quello da cui scappiamo quando compriamo un’esperienza in natura sperando di essere più vicini ai nostri nonni e al loro stile di vita?
Lo so che ci sono anche tante cose che non costano nulla, una passeggiata nel bosco, un pic nic, vanno benissimo, contribuiscono al nostro benessere, ma qui sto cercando di dire qualcosa d’altro.
Non possiamo già cominciare ora, dove siamo, con quello che abbiamo, per semplificare il nostro atteggiamento mentale e ripulirlo dal confronto con gli altri, dal bisogno di cose che non durano più di 6 mesi nei nostri armadi, dalla dipendenza da un numero (quello dello stipendio) e dall’impossibilità di sentirci magari più vicini e legati alle persone della nostra vita? Magari crediamo di sapere come vivevano i nostri nonni, ma sappiamo come si sentivano? Come pensavano alle cose?
Lo so sono tante domande, rovesciate così, come sgrullando un sacchetto pieno di bottoni, scusate. È che scrivo come se vi stessi proprio parlando, ora, con questa urgenza di dire queste cose.
Avrei potuto fermarmi un attimo, chiamare mia madre e chiederle di raccontarmi meglio i dettagli della storia del nonno, quella dell’NCC e della bici, ma mi sono tenuta i dubbi e ho scritto “credo”, “sento”.
Poi domani glielo chiedo, ai miei, ma oggi mi andava di scrivere subito questi pensieri, di condividerli, di lasciare aperte le domande e i dubbi che mi hanno presa alla sprovvista oggi…
perché alla casa con l’orto ci sto pensando anche io.
Vi abbraccio, sempre,
Marianna
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