ospiti del Blog

Si inaugura con questo articolo di un mio caro amico, Fabio – da me anche detto “Fabiowski”, quella che spero sarà una serie di articoli scritti non da me, ma da ospiti del Blog di una del mondo. Mi piace l’idea che gli spazi siano co-abitati, che il punto di vista non sia mai uno solo, e che un racconto personale possa ispirarne altri.

Conosco Fabio da un po’ di anni ormai. Quando ha letto il mio articolo “ho abitato la depressione” mi ha scritto e ne è nato uno scambio – come sempre accade con certe persone – autentico. Gli ho chiesto se gli andasse di scrivere qualcosa per il mio Blog e lui, con l’intensità e la serietà che di solito vedo solo negli scrittori (e negli artisti più in generale) mi ha consegnato, pochi giorni dopo, l’articolo che potete leggere qui sotto.

È denso di immagini e metafore, so che apprezzerete. Vi auguro perciò una buona lettura.

(Vi ha lasciato anche i suoi contatti, in fondo all’articolo. Sentitevi perciò liberi di scrivergli come fate con me.)

un esame chiamato vita

di Fabio D.

È sempre bello leggere storie a lieto fine, di quelle che danno la speranza e un senso di vittoria. Quel senso di avercela fatta e di potere cantare al mondo che sei stato bravo, meritevole, fortunato.

Solitamente se ne parla quando la tempesta finisce, quando il cielo si è rasserenato e le nuvole basse e grigie si sono alzate e una brezza primaverile le ha scacciate via. E quindi è il momento di celebrarci e condividere per lanciare un segno di positività.

Ma in pochi raccontano veramente cosa si prova durante la tempesta. E io credo che un motivo ci sia, un motivo molto intimo che ti porta a non esporti. Un po’ come quando non racconti a nessuno di dover dare un esame perché, se l’esame va male, alla fine te lo tieni per te e nessuno ti può giudicare. (Nemmeno tu; la verità ti fa male, lo sai).

Per entrare nello specifico, stiamo dando un esame chiamato VITA.

la casa di carta

Siamo in una società molto aperta, dove ognuno si può creare la sua strada. Siamo in una parte del mondo fortunata, dove i pensieri basilari di procacciarci del cibo e sopravvivere hanno lasciato spazio a domande molto meno basiche ma altrettanto complesse. Abbiamo per ogni cosa un ventaglio di proposte che ci impongono di scegliere, di distinguerci, perché ognuno è unico e al giorno d’oggi è un grande privilegio, ma anche una grande responsabilità.

Ma quante volte ci siamo trovati nella posizione di non sapere scegliere? Quante volte tra tutta questa miriade di stimoli ci sentiamo confusi? Talmente confusi che arriviamo a chiederci: chi sono io?

Bene. Io sono uno di questi.

Tutto regolare direi. Alla fine, cosa c’è di male nel non sapere se preferisco la pasta o il riso?

Vedete, io credo che il singolo quesito in sé non sia niente di grave. Ma quando le domande iniziano a essere tante e non hai avuto la fortuna di sperimentare nell’età dove tutto è consentito (benedetta adolescenza), iniziano a crearsi delle piccole crepe dentro di te. Sembra che la tua vita sia stata comandata da un pilota automatico e tu vai, macini chilometri, verso la strada che hanno percorso quelli prima di te. Segui le orme di chi ti ha preceduto: mamma, papà, una figura di riferimento… Poi, quando meno te lo aspetti, succede qualcosa. Per qualcuno è un lento e inesorabile declino formato da svogliatezza, distrazioni, vite sregolate mentre, per altri, è un evento che i professionisti chiamano “il trauma”. Ho sempre immaginato il mio personale trauma come uno tsunami che distrugge tutto, rade al suolo qualsiasi cosa. Perdi tutte le basilari certezze su cui la tua vita si era basata, lasciando un terreno arido e fottutamente silenzioso. Lasciando un uomo nudo, spogliato del suo sé, obbligato a inginocchiarsi chiedendo aiuto.

Ora, da quel trauma sono passati più di 10 anni. Se mi guardo indietro e lo riguardo, quello tsunami non era così devastante.

La cruda verità è che la mia casa era fatta di carta. È bastato un piccolo sussurro di vento per raderla al suolo.

il primo contatto

Avete presente quando da un ambiente molto luminoso passate a una stanza totalmente buia? Esatto, proprio quella situazione di disorientamento spazio-temporale che per qualche secondo vi dipinge cos’è il vero nero. Poi la pupilla fa il suo lavoro e, dilatandosi, vi permette di percepire le varie sfumature di quel buio, facendo entrare piccoli tagli di luce che interrompono il vuoto. Credo che questa sia la migliore analogia per descrivere quello che si prova quando si aprono gli occhi dopo il trauma.

Nella tavola dei colori, insieme al blu di Prussia e al verde smeraldo, dovrebbero inserire il Nero Angoscia.

Ebbene, nella depressione questa situazione di buio si presenta ogni giorno. Personalmente ogni mattina, appena apro gli occhi. Tutti i giorni. Questo scenario genera inevitabilmente un’allerta che il corpo palesa con segnali fisici: tachicardia, ansia e, all’inizio, anche nausea. Ma, mentre ti succede tutto questo, il mondo intorno a te scorre: le posate sono al posto di ieri e le tazzine sono ancora nel lavandino da lavare. La vita e le persone si aspettano che tu sia sempre sereno come ieri, gentile e possibilmente produttivo. Fortunatamente loro non sanno, ignorano. Perché se sapessero, non ti chiederebbero: “Ma tutto bene?”, ma si limiterebbero a darti un abbraccio e a stringerti forte.

Ecco, un abbraccio incondizionato e il silenzio dovrebbero essere nella prima pagina del prontuario degli antidepressivi dispensabili senza ricetta.

prenditi cura di te

Questa è la frase più gettonata che ti viene rivolta da amici, colleghi e conoscenti. La verità è che in questo caos non hai nemmeno la capacità di capire da che parte direzionare lo sguardo. Da lì, inevitabilmente, ci si rivolge a un professionista della salute mentale. Quello che voglio sottolineare è che i professionisti sono persone; persone con un cuore, una mente e le proprie esperienze di vita che ne definiscono il modo di lavorare.

Voglio fare una piccola incursione giudicante nel mondo della sanità, parlando per vissuto personale e non per sentito dire. Premetto che la psicologia è una scienza imperfetta, in quanto a oggi non esiste un metodo tecnicamente esatto per diagnosticare i disturbi dell’umore, le neurodivergenze e tutti i problemi inerenti allo “stare al mondo”. Non esiste una TAC, una risonanza o un esame del sangue che metta nero su bianco un disturbo mentale. Ci dobbiamo affidare a diagnosi interpretate dai medici, che utilizzano la nostra parola come bussola per identificare una terapia (che sia farmacologica o psicoterapeutica).

La cosa che mi fa andare fuori di testa è quanto il mondo della psichiatria sia spesso poco organizzato, e vi spiego perché: in dieci anni di malattia, ho appurato che psicologi e psichiatri — che sulla carta dovrebbero collaborare — spesso non si parlano. Anzi, più volte mi è capitato che l’uno mettesse in discussione il lavoro dell’altro. “Eh, ma la terapia che sta facendo con il suo psicoterapeuta non è adatta al suo quadro”, oppure: “Ma i farmaci ti appiattiscono, se non esprimi le emozioni come facciamo?”. Credo che alla fine, per trovare il bandolo della matassa, si debba avere anche una buona dose di culo.

tutto c’è

Ho menzionato prima il concetto di pilota automatico. Fino all’età di circa vent’anni pensavo che la vita fosse semplice. Semplice perché tutto aveva un senso, un percorso magari non definito da me, ma di cui non mi accorgevo. Davo per scontato che essere felici fosse una condizione basilare della nascita. Entusiasmo puro. Certo, sapevo che esistevano le persone infelici, depresse. Sapevo anche che ci si poteva suicidare, ma era una realtà talmente lontana dal mio modo di vivere che mi scivolava via.

Due miei compagni di banco delle elementari si erano tolti la vita, per motivi molto diversi. Uno era finito nel giro della droga; l’altro era stato adottato e viveva situazioni difficili. Le avevo viste come fatalità. In tutto ciò io avevo il mio “da fare” quotidiano e le uniche cose che rendevano una giornata storta erano le rotture di coglioni in cui chiunque può incappare: un problema relazionale, un guasto al motorino o semplicemente lo scazzo per qualcosa di esogeno. Queste sono condizioni che generano la normale tristezza, rabbia o frustrazione. Generano emozioni. Magari negative, ma pur sempre emozioni.

Quando invece si perde traccia del senso di quello che si fa, allora sì, la vita diventa una tragedia. Un occhio esterno non può capacitarsi che questa pestilenza ti possa cadere addosso. Alla fine anche io mi guardo allo specchio: ho un lavoro, genitori che a loro modo mi amano, non vivo nella miseria e posso permettermi lussi che altri non hanno. Eppure sono vuoto. Non triste. Vuoto.

Mi sono imbattuto in questi anni di crisi (chiamiamola così, suona più “light”) in una domanda a cui non ho mai dato risposta: qual è il tuo perché nella vita? Molti libri di crescita personale ne parlano come della chiave per aprire tutte le porte. Esistono però testi molto più antichi che portano alla ricerca di un senso, come la Bibbia o altri scritti millenari. Questa mia considerazione nasce da un breve dialogo con una collega musulmana a cui ho chiesto: “Quanto è importante per te la fede?”. Lei, senza esitare, ha risposto: “La fede per me è tutto, è la mia bussola nelle scelte di ogni giorno”.

La risposta mi ha spiazzato. Io, cristiano “part-time”, mi sono fatto un esame di coscienza: che possa essere una strada da esplorare? Hai tutto, ma quando manca il senso, quel “tutto” diventa insopportabile. Quando perdi il significato, crolla ogni cosa. Non trovi nemmeno la risposta alla domanda: “Perché mi sto lavando i denti?”.

Forse la depressione ha proprio questo scopo: spingerti a dare un senso a quello che sei e a quello che hai. Si dice spesso che non sia importante la meta, ma il viaggio. A me, però, piace interpretarla così: “Non importa che strada percorrerai, l’importante è che tu abbia chiara la destinazione”.

Da appassionato di moto, credo che l’essenza sia racchiusa in una frase del papà di Marco Simoncelli:

«La cosa importante è che tuo figlio abbia un obiettivo: fare il medico, il calzolaio, il pilota, non importa. Se ha un obiettivo non può perdersi. Ma se tu glielo togli, lo rendi più fragile. I rischi si corrono anche a piedi per strada. Non puoi negare un sogno a un ragazzino».

il viaggio

Se dovessi trovare un modo per descrivere cosa ti porta a vivere questo stato d’animo, userei l’esempio di una stazione.

Alla stazione ci va chi deve prendere un treno per andare da qualche parte. Ecco, io invece sono seduto sulla banchina, a guardare i treni che vanno e vengono senza però prenderne mai uno. “Perché, Fabio, non prendi un treno?”. Perché prima di salire, devi sapere dove andare.

Tante volte ho provato a prenderne uno così, di slancio, senza avere un perché né una meta. Ho provato a guardare fuori dal finestrino e, mentre i miei compagni di viaggio vedevano paesaggi e colori, io vedevo solo nebbia. Quindi scendevo e tornavo alla mia stazione, quella di Bergamo. Interrompere il viaggio significava lasciare anche le persone con cui avevo condiviso il vagone, creando in loro dispiacere e, a volte, tradendo la fiducia che avevano riposto in me. Purtroppo questa situazione ti rende arido: vedi solo il tuo paesaggio grigio e non riesci a scorgere, attraverso gli occhi degli altri, la bellezza di ciò che ti circonda.

Ho condiviso questa banchina con tante persone, immobilizzate proprio come me. Alcune per giorni, altre per mesi, qualcuna per anni; qualcun’altra mi fa compagnia in queste giornate d’inverno, restando sempre con me. Molte di loro oggi stanno bene, hanno trovato il proprio “perché”. Hanno capito come tornare a vedere a colori e sono felici. Altre hanno ancora qualche alto e basso, ma il loro bilancio è positivo. Magari hanno cambiato meta, ma hanno trovato la forza di non tornare indietro e di cavalcare un’altra onda alla ricerca di una nuova destinazione.

Con questa analogia vorrei lasciare una nota di lucidità a questo articolo.

Il messaggio è chiaro: da questa palude si può uscire. Non lo dico io, lo dicono i fatti degli altri. Manca solo la scintilla. Quella scintilla deve venire da dentro di te e credo abbia un nome: si chiama Amore. Nel senso più ampio che si possa dare a questa parola. Non voglio associarla necessariamente all’amore relazionale; quella è una scintilla che si accende in due ed è più delicata, perché non sei l’unico a generarla. Parlo dell’amore per il vivere.

Sapete cosa credo sia l’antagonista dell’amore? La paura. La paura chiude, l’amore apre. Liberatevi dalla paura, quella malvagia generata dalla mente. Perché spesso la mente… mente! 🙂

Infine, voglio augurarvi buon viaggio. Se passate dalla stazione di Bergamo, un saluto e un abbraccio sono sempre graditi. E se non mi vedete, beh… allora spero di incontrarvi davanti a un caffè in qualche bellissima meta.

Fabio

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