da Taylor Swift a Ultimo: concerti o nuove messe?

da Taylor Swift a Ultimo: concerti o nuove messe?

scongiurare il passato a 6 anni dal lockdown

L’altro ieri mi é capitata una cosa strana. 

La quattordicenne alla quale stavo facendo da tata per il week end mi ha proposto di guardare insieme The Eras Tour -The final show di Taylor Swift. Cioè, il film-concerto dell’ultimo show dell’ultimo tour, a Vancouver. 3 ore e 27 minuti. Tre ore e ventisette minuti, il concerto intero, non so se mi spiego!

Ora, chi mi conosce sa che io e Taylor Swift non c’entriamo nulla.

Ma, come spesso mi capita ultimamente, mi sono detta: perché no. 

E niente, la cosa strana che mi è capitata è che mi è piaciuto un sacco. 

Mentre mi lasciavo rapire dai colori, dal suono, dal suo sorriso perfetto, mi osservavo da fuori.

Mi son detta che, sebbene io non sia mai stata fan di quel tipo di eventi, né di lei come cantante, se ho desiderato farne parte già solo da un video vuol dire che qualcosa nell’animo umano scatta, che ho anche io un bisogno che trova risposta nella condivisione di un’energia così grande, e allora mi sono chiesta… perché?

Perché vorrei essere stata lì anche io, a Vancouver, in uno stadio con 60 mila persone a cantare canzoni che non conosco?

Scusate, ora dirò una cosa banale per qualcuno, ma la prima cosa che ci viene in mente è spesso quella giusta. Istintiva, senza freni razionali. 

Per me il Covid è stato un trauma. Un trauma non ancora elaborato, né a livello individuale né collettivo. 

Abbiamo ripreso le nostre vite, certo, ma siamo sicuri che ci siamo detti – ad alta voce e senza vergognarcene – quanta paura ci ha fatto l’idea di perdere tutto ciò che avevamo? 

Lo so che sembra psicologia da banco, ma io (che non sono psicologa) so comunque bene che l’esperienza umana è sempre alla ricerca di guarire ciò che ci ha ferito o scosso. 

Stiamo parlando di 6 anni fa, non 35. 

E comunque la letteratura psicologica è piena di scritti sui traumi generazionali passati da chi ha fatto la prima guerra mondiale a chi ha fatto la seconda, ai figli di chi è stato in guerra e così via ai nipoti.

Sono studi seri e profondamente veri. Stiamo ancora pagando psicosomaticamente le conseguenze delle guerre. (Se ti interessa l’argomento ti consiglio la lettura de “Il corpo accusa il colpo”, è un libro quasi clinico, ma interessantissimo).

Il passato ci segna. Se la prima cosa che vogliamo fare è dimenticarlo per prenderne le distanze, la seconda però dovrebbe essere mettersi in una posizione di equilibrio, di chi non vuole appesantirsi rimuginando sulle sofferenze, ma allo stesso tempo riconosce nel suo presente quelle azioni e quegli atteggiamenti mentali che derivano in modo inequivocabile da ciò che si è vissuto. 

Ragionando alla luce di ciò, non è difficile capire perché un concerto come quello di Ultimo a Tor Vergata abbia raccolto 250 mila persone e come gli stadi e palazzetti pullulino di concerti i cui biglietti finiscono poche ore dopo la prevendita online. 

Certo, mi direte, questo vale per pochi artisti, ma io credo che ci sia qualcosa oltre gli artisti, qui. Oltre la loro musica, che può piacere o meno. 

C’è l’esperienza di scongiurare la morte nel migliore dei modi possibili: esorcizzando ciò che ci è successo l’altro ieri, concedendoci di stare a contatto con quante più persone possibili nello stesso momento. 

É un’esperienza che, inoltre, ha solo vantaggi: tu stai in mezzo a migliaia di sconosciuti (e più sono più questa cosa fa effetto) ma hai la certezza che abbiate almeno una cosa in comune: l’amore per quella star, per quel cantante, per quelle canzoni. É una cosa speciale, perché se nella vita di tutti i giorni ti può capitare di parlare o discutere con persone che non amano Taylor Swift o Ultimo, lì sei al sicuro: nessuno si permetterà di questionare i tuoi gusti musicali.

É più facile perché state guardando tutti verso una sola cosa (divinità per alcuni, ed ecco che il concerto si trasforma in una specie di messa dove la preghiera è cantare tutti insieme una hit – se questo articolo fosse stato redatto in inglese, l’avrei potuto intitolare Masses for the masses. (“Messe per le masse”)) e quindi percepisci l’energia condivisa senza doverti relazionare con gli altri, cosa che spesso crea problemi nelle nostre vite e che comunque è di per sé faticosa. 

Una fatica, quella di relazionarci con gli altri, che non sempre abbiamo voglia di fare, stanchi come siamo.

Sono convinta che i concerti siano un luogo di ritrovo sano (quelli che conosco io, almeno), ma mi chiedo se dall’individuazione di un bisogno di condivisione non si possa passare poi alla ricerca – o alla co-creazione, perché no – di altri luoghi e momenti di ritrovo sano. 

Tornare ad andare ai concerti più piccoli, ad esempio. Cercare quell’energia in luoghi meno maestosi e rumorosi, andarci non per pregare tutti insieme, ma per ritrovare un pezzo di se stessi in un passaggio armonico non scontato, ad esempio. In una voce che trema perché l’artista è emergente e si è emozionato più di quanto avesse previsto.

Portare quella musica a casa. Ascoltarla, condividerla, imparare a suonare uno strumento e invitare gli amici a cena, anziché andare al ristorante, per farsi una cantata. 

Se la comunità come una volta non esiste più, ma noi abbiamo umanamente, disperatamente ed evidentemente bisogno di condivisione, possiamo (ri)creare la comunità con ciò che abbiamo ora. 

E abbiamo la musica.

Imparare dal grande per portare nel piccolo. 

Non dico non andiamo più ai concerti di Taylor Swift o di Ultimo.

Dico: se quella cosa ci piace tanto, perché non ricrearla a piccole dosi nella vita di tutti i giorni?

Chiedersi: come posso esorcizzare il trauma dell’isolamento (e della morte), che è rimasto sopito in questi anni mentre cercavamo di riprendere le nostre vite il più normalmente possibile?

Quando ero piccola, ogni sabato sera i miei invitavano degli amici o anche solo conoscenti a casa, per una cena semplice e della musica in compagnia.

Mio papà suonava la fisarmonica, i suoi amici chitarra e batteria. Il livello della performance avrebbe preso “4 no” secondo gli standard di oggi, ma l’atmosfera era inimitabile. Il volume simile a quello degli stadi, credo. La scaletta prevedeva sessanta brani, ne saltavano qualcuno a piacere, ma si andava comunque avanti per ore. In un salotto neanche troppo grande, c’era tutto lo spazio per ballare, cantare, saltare come funghetti (quella ero io) e sentirsi parte di qualcosa che trascendeva il momento stesso.

Esorcizzavamo tutto ciò che c’era da esorcizzare, e nemmeno lo sapevamo.

Forse per questo non ho mai avuto bisogno di comprare un biglietto per il concerto di Ultimo.

Ps. The Eras Tour – The Final Show l’abbiamo guardato in due sere: solo The Eightful Eight di Tarantino mi terrebbe sveglia per più di tre ore di fila. Ad ogni modo, la sera dopo non vedevo l’ora di ricominciare a guardare.

Un abbraccio,

Marianna

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