L’ospite di oggi è Milena Capodiferro, alias la porta di carta, essere amorevole e sapiente, che la mia dea bendata ha voluto fosse anche la madre del mio compagno. A lei devo un grazie enorme per aver creduto da subito in me e nel progetto di una del mondo: in tempi non sospetti mi regalò un albo illustrato – dovete sapere che Milena è una grandissima intenditrice di albi illustrati – intitolato Il mondo ti aspetta. Lì mi sono specchiata, e ho visto una me capace di… molte cose belle.
Nell’articolo che segue, Milena vi racconta di un coraggio ben preciso: quello di togliere la maschera.
Di “accettare di essere visti senza filtri: non sempre capiti, non sempre scelti, non sempre approvati. Ma finalmente presenti“.
Fermatevi un attimo in più, quando incontrerete queste parole nel suo racconto.
il coraggio di togliere la maschera
di Milena Capodiferro

Cambiare non è un gesto eroico. Non è uno scatto improvviso, né una dichiarazione solenne davanti allo specchio. Cambiare è prima di tutto smettere di restare immobili. E l’immobilità, quando dura troppo a lungo, diventa una forma silenziosa di rinuncia.
Per molto tempo ho chiamato “prudenza” ciò che, in realtà, era paura. Ho confuso l’adattamento con la maturità, il silenzio con la bontà, l’invisibilità con la sicurezza.
Per anni ho cercato di essere ciò che gli altri volevano che fossi.
Non per calcolo, non per strategia: per sopravvivenza. Adeguarsi era il mio modo di essere vista, di non disturbare, di meritare un posto.
Non ho quasi mai avuto il coraggio di prendere le redini del mio destino, a volte perché ero fragile, a volte perché ero stanca, a volte perché il mio corpo, la mia salute, la mia timidezza mi facevano sentire fuori posto.
Alcune persone non mi hanno fatta sentire amata. Altre si vergognavano del mio aspetto.
E allora, senza nemmeno dirlo ad alta voce, ho imparato una lezione semplice e crudele: è meglio non essere vista.
la scelta silenziosa di non occupare spazio
Mi sono sentita invisibile per anni. Oggi, con uno sguardo più onesto, posso dire qualcosa di ancora più difficile da ammettere: avevo scelto di esserlo. Non per vigliaccheria, ma per protezione.
Quando essere visti significa essere giudicati, feriti o rifiutati, sparire diventa una strategia di sopravvivenza. All’inizio salva, ma col tempo svuota.
Se torno indietro con la memoria, mi rivedo bambina: timida, discreta, vulnerabile. Sensibile fino all’eccesso, incapace di prendere iniziative o di impormi. Amavo disegnare e amavo mia madre.
Ero così attenta a non occupare spazio che riuscivo a scomparire anche quando avrei potuto emergere. Eccesso di umiltà o incapacità di riconoscere il mio valore? Ancora oggi non so rispondere.

quando offrirmi non è bastato
Ricordo un episodio con una nitidezza che mi sorprende. Avevo sette anni. Ero affacciata al balcone quando un ragazzino, fermo alla fontana, alzò lo sguardo verso di me. Non so perché, ma gli chiesi se voleva il mio abbecedario. Ero molto legata alle mie cose, eppure sentii che l’unico modo per essere interessante, per essere accolta, fosse dare qualcosa di mio.
Mi chiese di scendere. E io scesi, di corsa.
Appena arrivata, capii che avevo frainteso: aveva la bocca piena d’acqua, iniziò a corrermi dietro e poi me la sputò addosso. Ricordo ancora l’odore della sua saliva. E soprattutto ricordo la delusione. Non gli avevo fatto nulla. Anzi, volevo regalargli qualcosa di importante per me. Perché lo aveva fatto?
Era solo una bravata. Ma io provai una profonda umiliazione. E una domanda che, in forme diverse, mi ha accompagnata per anni: perché, quando mi offro così come sono, vengo ferita?
Forse è lì che ho iniziato a indossare una maschera. Una maschera fatta di adattamento, di silenzio, di compiacenza. Una maschera che diceva: “Guardami il meno possibile, così non potrai farmi male”. Non per falsità, ma per mancanza di alternative interiori.
C’era anche altro, allora. Ma non tutto ha bisogno di essere nominato.

imparare a restare, anche fragile.
Il cambiamento non è arrivato come una rivelazione. È cominciato lentamente, dopo una grande delusione e un grande dolore. Un dolore che ha scavato, che ha fatto cadere molte finzioni, fino a rendere evidente una verità semplice: fingere non serviva più a nulla. Non mi proteggeva, non mi salvava. Mi allontanava solo da me stessa.
Quando questo movimento era già in corso, è arrivato anche il corpo. Attraverso esperienze come la biodanza, ho ritrovato un modo di abitarmi senza dovermi spiegare. Le emozioni potevano emergere — gioia, tenerezza, forza, vitalità — senza essere nominate né giustificate. Non come svolta, ma come compimento silenzioso: un ritorno alla presenza, una forma di radicamento che ha accompagnato ciò che stava già cambiando.
Togliersi la maschera, oggi, per me non significa diventare qualcun altro. Non è reinventarsi, né diventare finalmente “all’altezza”. È smettere di nascondersi. È esporsi. È togliere la maschera e accettare il rischio di essere visti davvero, anche imperfetti, anche fragili, anche non conformi alle aspettative.
Significa finalmente smettere di tradire quella bambina che credeva di dover regalare se stessa per essere accettata.
L’invisibilità non era assenza: era una corazza. Ma vivere nascosti ha un prezzo. A lungo andare non ti protegge più, ti svuota. Ti abitui a non desiderare, a non chiedere, a non scegliere. E un giorno ti accorgi che non è il mondo ad averti tolto spazio: sei stata tu, per paura, a restringerti.
Per anni ho creduto che sparire fosse più sicuro che espormi. Oggi so che era solo paura.
Togliere la maschera significa accettare il rischio di essere visti senza filtri: non sempre capiti, non sempre scelti, non sempre approvati. Ma finalmente presenti.
Forse il cambiamento è cominciato proprio qui: nel decidere che non voglio più vivere come se dovessi scusarmi per il mio posto nel mondo, nel riconoscere che non devo più meritami lo sguardo degli altri. Che esistere così come sono è già abbastanza. Posso restare. Posso occupare spazio. Posso essere vista.
il ritorno a casa
A volte penso a quella bambina affacciata al balcone. Non aveva bisogno di imparare a difendersi meglio. Aveva bisogno di essere guardata con gentilezza. Di sapere che non doveva regalare nulla di sé per meritare attenzione. Che non c’era niente di sbagliato nella sua timidezza, nella sua sensibilità, nel suo modo lieve di stare al mondo.
Per molto tempo ho cercato di proteggerla rendendola invisibile. Credevo fosse l’unico modo per non farle male. Oggi so che l’invisibilità può essere un rifugio, ma non può diventare una casa.
Cambiare, per me, ha significato questo: smettere di nascondermi dietro ciò che è stato necessario ieri. Togliere la maschera senza rabbia, senza rivincite, senza clamore. Restare. Anche con la voce che trema. Anche con il corpo imperfetto. Anche senza sapere se sarò scelta.

Forse il vero coraggio non è farsi vedere dal mondo.
È finalmente guardare quella bambina e dirle:
Puoi uscire. Non devi più sparire per essere al sicuro.
Milena Capodiferro
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