siamo il sistema nervoso del mondo
ovvero: se crolliamo tutti?
la pizza, il mondo
domenica, ore 06:09
Non riesco a dormire. la pizza era troppo salata e il mondo è malato. La prima tiene sveglio il mio corpo, chiede acqua, l’altro tiene sveglio il mio cuore, chiede ascolto.
Quando dico che la pizza era troppo salata dico che se ti svegli alle cinque del mattino con una sete bestia c’è qualcosa che non va. Nella pizza.
Quando dico che il mondo è malato dico che se tornando a letto non riesci a riprendere sonno, perché pensi al video di Trump, fatto con l’intelligenza artificiale, che lancia merda liquida sui manifestanti, c’è qualcosa che non va. Nel Mondo.
Il Mondo si è ammalato, sta soffrendo.
Il Mondo che tanto amo, il Mondo che fa volutamente parte del nome del mio progetto, il Mondo in cui abito e in cui abitano tutte le persone che amo, che fanno parte della mia vita, e anche tutte quelle che non conosco, ma che amo comunque.
Il Mondo fatto di relazioni, di sguardi, di incomprensioni e chiarimenti, di distanze e riavvicinamenti, di gioie e di dolori personali e familiari.
Ogni finestra illuminata, all’ora di cena. Ogni finestra spenta, all’ora di cena.
Dietro ogni finestra di ogni città, di ogni Paese del Mondo, c’è una vita in relazione con altre vite.
Io le chiamo, da sempre, “le luci degli altri”.
Chiudi gli occhi con me, se vuoi, e pensa a tutte le finestre del Mondo intero.

E poi ci sono le finestre che c’erano e che ora non ci sono più. Anche dietro quelle finestre c’è una vita in relazione con altre vite.
E questa rete di vite e di relazioni è il sistema nervoso del Mondo.
Se una parte sta male, tutto il corpo ne soffrirà.
Siamo il nervo vago di un corpo fatto di mari, monti, laghi, di fiumi come le lacrime, di cascate come i capelli, di deserti come la pelle secca e di foreste come i polmoni.
E sì, il nostro cervello somiglia tanto al gheriglio di una noce.
sulla fune
Negli ultimi anni ho sviluppato un invidiabile equilibrio, ammetto con non poca presunzione (scusate).
Atteggiamento mentale. Restare in ascolto di me stessa, del mio corpo, ma anche degli altri e dei loro bisogni. Ne vado fiera perché mi guardo indietro e mi riconosco cambiata. Meglio di quanto sperassi.
Mi sono concessa di spingermi un po’ più in là nel mio percorso evolutivo, ben conscia del fatto che ogni cambiamento passa per forza di cose da uno stato di disequilibrio e di discomfort.
Ho retto, mi sono appoggiata alla mia rete, ho regolato giorno dopo giorno il mio sistema nervoso, perché si sentisse al sicuro anche in situazioni che un tempo avrebbe considerato instabili.
Senza le mie persone non avrei potuto fare questo salto quantico.
Mentre camminavo sulla fune dell’equilibrista ho ascoltato davvero. Ho imparato ad ascoltare come non avevo fatto mai. E lì ho capito che tanti intorno a me stavano male. Ho detto va bene, vi ascolto, non vi preoccupate tanto ho il mio equilibrio. Insomma, ho guardato giù. Ho smesso di preoccuparmi del mio baricentro, mi sono sovrastimata. Un brivido, una vertigine, poi la paura di cadere.
Mi sono fermata a metà strada tra il ciglio di una e dell’altra montagna e mi sono detta: non sto bene.
Perché non sto bene? Non lo so, forse paura. Ormai appesa alla fune, chiudo gli occhi e me lo ridomando. Perché non sto bene? Perché non stiamo bene?
Ah, aspetta: – in tutto questo pensare ovviamente sono passate settimane – forse è che se ascolti il Mondo, se ascolti davvero, ti accorgi che sta male.
E una volta sentito questo, non puoi più far finta di niente.
ascoltare
Forse noi, che siamo dei privilegiati, viziati, noi che viviamo nel lusso, stiamo finalmente imparando ad ascoltare e a ripercorrere quel nervo vago che si snoda da nord a sud, da est a ovest, quel sistema nervoso – fatto da tutte le persone dietro tutte le finestre, accese e spente – che si è tanto riposato quando eravamo chiusi in lockdown (mamma mia che brutta parola).
Perché? Perché ci siamo fermati e ci siamo ascoltati.
La Natura per qualche mese si è ripresa un po’ di spazio, specie di uccelli mai visti prima sono venuti a nidiare fuori dalla nostra finestra e noi, parte del Tutto, l’abbiamo sentito.

Abbiamo sentito un contatto con il Tutto e con la coscienza collettiva.
Poi siamo tornati alle nostre vite, o almeno credevamo.
C’è stata la “Great Resignation”, come l’hanno chiamata. Un sacco di persone che hanno dato le dimissioni dai loro lavori d’ufficio, sebbene ormai lavorassero quasi sempre da casa.
È un fenomeno iniziato e mai finito, io ne ho fatto parte. (Perché sono una privilegiata e ho potuto mettermi nelle condizioni di farlo.)
Ma il punto è, ora sentiamo meglio e di più.
Se vogliamo chiamarla iper-sensibilità va bene, basta che non lo diciamo con quell’accezione negativa che tanto va di moda. Grazie.
guarire
E insomma stanotte dopo aver pensato al video di Trump fatto con l’AI (ho saputo che ne ha pubblicati altri, non li guardo primo per non dargli le visualizzazioni, ma poi anche per non nuocere gravemente al mio fegato e al mio cuore) ho pensato che non ho per niente voglia di crollare.
Voglio che questa fune diventi un ponte, uno come quelli degli antichi romani, che ancora oggi reggono il peso dei nostri passaggi.
Voglio che questo sconforto sia un campanello d’allarme e non una sirena spiegata su un disastro, voglio continuare ad ascoltare, ma mai e poi mai smettere di prendermi cura di me.
Perché ecco, in un Mondo in cui siamo tutti connessi (non da internet) l’atto più forte che possiamo fare è amare profondamente noi stessi. Anche se a volte, come dice Jung, “è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente”.
E io, che da piccina ho preso in mano un saldatore – dalla punta, non dal manico – vi garantisco che brucia. Se amate voi stessi, lo sapete anche voi, che a volte è difficile, quasi doloroso.
Continuo a vederlo però come l’unica via per rinforzare la nostra rete, per essere sani e centrati per le nostre persone, non per essere “sempre in forma” ma per essere in movimento verso la guarigione del Mondo.
Gli altri sono un’estensione di voi. Amare se stessi non è egoismo.
Satish Kumar, Radical Love
Per me, è l’atto più potente contro la guerra.
aver cura della bellezza
Quest’ultimo paragrafo deve il suo titolo a un libro di filosofia estetica, Aver cura della bellezza, appunto, di Raffaella Trigona.
Vi saluterò citandola, ma prima voglio dire molto chiaramente una cosa: quando dico “il Mondo è malato” non sto dicendo “il Mondo è un posto brutto”.
Io amo il Mondo e tutto quello che comprende. La Natura, di cui facciamo indissolubilmente parte, è meravigliosa e ci indica, ogni volta, la strada per stare meglio.
Non ho uno sguardo negativo sul Mondo e non voglio che questo articolo vi lasci con qualcosa di simile.
Perché il rischio che corriamo è un po’ come quando a scuola la maestra si concentra sugli alunni che sembrano fare più fatica, o quelli più chiassosi, dimenticando chi sta facendo del suo meglio senza fare tanto rumore, ma ugualmente fatica. Ai consigli di classe si parla degli aspetti “problematici” del gruppo con facce severe e raramente si parla delle qualità del gruppo. Tutte le classi hanno delle qualità. Puntare su quelle è l’unico modo per costruire relazioni di fiducia ed evitare il conflitto. (L’ho sperimentato negli ultimi anni di insegnamento, quando ero coordinatrice di classe, non è quindi una frase fatta).
Spostare l’attenzione su quelle qualità, sul potenziale di tutti, anche di chi sembra far solo casino, in questa classe chiamata “Terzo Millennio”, è ciò che può dare una bella sferzata di fiducia a chi ha la forza e la concentrazione, in questo momento, di portare avanti discorsi e pratiche virtuosi.
Diciamolo, alle persone, che stanno facendo bene.
Concentriamoci su ciò che ci fa stare bene.
Amiamoci per tempo, prima che si crolli tutti quanti. Perché se crolliamo tutti, chi rimane a prendersi cura del Mondo?
Raccontiamo e condividiamo le storie di successo.
Partecipiamo al Mondo con la nostra unica, personale storia.

E a proposito di storie, ecco un meraviglioso paragrafo di “Aver cura della bellezza”, di Raffaella Trigona, Moretti&Vitali editori.
Prendetevi il tempo per leggere a fondo ogni frase.
La nostra capacità riflessiva ha una funzione potenzialmente generativa e creativa di raccontare storie, intese come possibilità di inter-agire con il mondo e di parteciparvi attraverso diverse strutture temporali, anziché semplicemente osservarlo. […]
Le storie emergono dalle dinamiche paradossali del nostro comunicare, che non solo sono proprie delle relazioni interpersonali ma anche delle macrorelazioni sociali, sono cioè emergenze di un pensiero meta comunicativo, in larga parte inconsapevole, collettivo e condiviso, strettamente connesso alle nostre capacità di sentire, di emozionarsi, di “intersentire” e di interagire, dal quale non possono prescindere le nostre idee e le nostre pratiche sociali ed educative.
Raffaella Trigona, Aver cura della bellezza
Vi abbraccio con amore,
Marianna
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